L'ATTIVITÁIl Nuovo Teatro Nuovo di Napoli, dopo aver festeggiato il suo ventesimo compleanno dalla riapertura nel 1980, in continuità con l’attività della Cooperativa Teatro Nuovo il Carro, continua con forza sempre maggiore a porsi sul territorio metropolitano come Centro di Cultura e di Produzione Stabile e di realizzazione di Progetti; un forte e costante impegno che coinvolge oggi direttamente artisti quali Arturo Cirillo, Antonio Latella, Monica Nappo, Marco Plini, Pierpaolo Sepe, Riccardo Veno.
Le numerose iniziative di cui esso è partecipe testimoniano la volontà di porsi nel cuore della città, nella difficile area dei quartieri spagnoli, come uno spazio aperto alle nuove generazioni.
Il Teatro Nuovo è innanzi tutto luogo di creazione, a partire da un’intensa attività laboratoriale, volta ad instaurare una relazione dinamica con i registi e con la produzione di spettacoli.
Particolarmente intensa e significativa è l’attività produttiva e l’organizzazione delle tournèe attraverso cui i progetti di produzione, diversi fra loro, rispondono ad una precisa idea di fondo: confermare nel tempo lo “spazio” del teatro come un luogo di creazione artistica e di confronto fra diverse idee. I tanti artisti che entrano in contatto con la struttura, di diversa provenienza ed esperienza, si riconoscono attorno ad un principio comune di “spostamento”, ovvero di “spinta in avanti” per il teatro; il dialogo che si crea fra loro “produce”, oltre lo spettacolo, un dialogo fra diverse ipotesi, che risponde all’idea di una factory. Attraverso le tournèe in Italia e all’Estero i progetti viaggiano e si alimentano del confronto con altri territori e poetiche, come pure attraverso l’ospitalità di spettacoli di teatro contemporaneo mediante la proposta di grandi autori e di prestigiose regie e compagnie di rilievo europeo. Particolarmente felici negli ultimi anni sono state le formule di abbonamento per coinvolgere un pubblico sempre più vasto in gran parte composto di giovani studenti e lavoratori .
Importante è per noi il progetto di laboratorio per ragazzi, rivolto ai giovani del quartiere e non, centrato sul territorio, attività con una spiccata e voluta valenza sociale, nell’ intento di stabilire una relazione attivacon il circostante oltre che propositiva e di conoscenza.
Momenti particolarmente significativi sono i progetti speciali, eventi e rassegne di teatro, musica, cinema, incontri, realizzati fuori e dentro lo spazio teatrale con spirito interattivo nei confronti di persone e luoghi per captare sensibilità ed attenzione, verso la creazione contemporanea nelle arti.
Così il Teatro diviene un territorio di relazione, di creatività, di contestazione intesa come esigenza di lavorare intorno alla cultura del contemporaneo quale espressione dell’altro e dell’altrove, della differenza e della modernità.
HANNO DETTO DEL TEATRO NUOVOIl cantiere infinito del Nuovo Teatro Nuovo di Napoli sorge in uno spazio che dal 1724 fu per 200 anni sede di gloriose opere musicali (con direzione anche di Donizzetti e Rossini). Tra le prime sale europee aperte a un pubblico misto, il Nuovo ospitò poi la rivista e il teatro comico, da Viviani (che calcò queste assi nel 1908) a Totò, ai De Filippo (il cui Sik Sik eduardiano debuttò qui nel 1929). Da 22 anni le sorti di questo avamposto di avventurose, emozionanti e civili culture che affaccia su Via Montecalvario nei Quartieri Spagnoli sono gestite con grande intuizione, e dedizione, da Igina Di Napoli e Angelo Montella. E questa “fattoria” che attualmente dà sostegno produttivo, tra gli altri, ad Antonio Latella, Pierpaolo Sepe e Arturo Cirillo, è stato un crocevia importante per Enzo Moscato, Pippo Delbono, Teatri Uniti, Cecchi, Valdoca, Neiwiller, Barberio Corsetti, Barra, Magazzini e tanti pionieri del nostro teatro.
Rodolfo Di Giammarco, la Repubblica
I nuovi talenti arrivano da Napoli, dal Teatro Nuovo, già trampolino per Martone e Servillo, e si chiamano Arturo Cirillo e Antonio Latella, entrambi attori e registi intorno ai trent’anni.
(..) il teatro Nuovo (come dire la miglior cantina d’avanguardia napoletana a denominazione d’origine controllata (…)
Nico Garrone, la Repubblica
E insomma, il Nuovo, negli ultimi tempi, sta centrando un bersaglio dopo l’altro: il che risulta ancor più meritorio se lo consideriamo in rapporto alla programmazione dei teatri cittadini cosiddetti “maggiori” o “ufficiali”, caratterizzata – salvo rare eccezioni – dalla stanchissima routine dei soliti “classici” riproposti senza fantasia, delle solite farse inzeppate di maleparole e dei soliti musical ( o presunti tali) raffazonati con testi ( o presunti tali) e coreografie ( o presunte tali) da dimenticare.
Enrico Fiore , il Mattino
Che il Teatro Nuovo di Napoli stia facendo passi da gigante era un dato acquisito ormai da qualche anno: coraggiose scelte produttive, felice programmazione, attenzione al pubblico hanno fatto di questo centro teatrale dei Quartieri Spagnoli un punto di riferimento della italica scena.
(…) il Nuovo Teatro Nuovo continua a macinare pubblico e successi.
Andrea Porcheddu, www.delteatro.it
(…) il Teatro Nuovo di Napoli, uno dei centri di ricerca più attivi in Italia per numero di produzioni, (…), di abbonati e di spettatori.
Ettore Zocaro, il Giornale dello Spettacolo
LA STORIAhttp://www.teatro.unisa.itLa storia del Teatro Nuovo risale ai primi anni del Settecento, quando fu costruito il Teatro dei Fiorentini, che, pur essendo sede del Teatro della Commedia Spagnola, iniziò a rappresentare anche gli spettacoli in musica. Il successo fu grande e si comprese la necessità di aprire nuovi teatri da destinare a questo genere.
Fu così la volta nel 1724 del Teatro La Pace e del Teatro Nuovo. Il primo ebbe vita breve, il secondo maggior fortuna e molti anni di attività.
Il Teatro ha origini nobilissime e per più di due secoli fu frequentato dai nobili di corte e dalla ricca borghesia napoletana.
Fu costruito per volontà degli impresari Giacomo De Laurentiis e Angelo Casale. Il progetto fu elaborato da Domenico Antonio Vaccaro, figlio dello scultore Lorenzo.
Nel progettare il Teatro Nuovo il Vaccaro diede prova di abilità straordinaria, perché lo spazio disponibile nella strada era pochissimo e la nuova costruzione doveva prendere il posto di un giardinetto. Il risultato fu mirabile.
Non ci sono giunte stampe, progetti o piante, eccetto la "Pianta del Teatro Nuovo di Napoli" del volume Teatri d'Italia dell'architetto Cosimo Morelli, stampato a Roma nel 1780: il Teatro da come appare doveva essere un vero gioiello.
Sul suo palcoscenico recitarono sin dai primi anni pure le compagnie di prosa, anche se è agli spettacoli di opera giocosa che il Teatro di Montecalvario legò la sua fama.
L'opera buffa in quello spazio sembrava essere perfettamente collocata e le celebri compagnie di prosa lo elessero a loro palcoscenico preferito.
Girolamo Medebac, grande sostenitore della riforma goldoniana, vi recitò nel 1734 e nell'anno successivo, impegnandosi "a dare tre vedute: una di città, una di bosco, una di camera" e a non recitare in alcun altro Teatro.
Nel 1738 l'impresario Domenico Catini fu autorizzato a formare al Teatro Nuovo una compagnia di prosa napoletana ed una toscana, alternandone il repertorio di sera in sera.
Nel 1759 la Giunta dei Teatri Stabili autorizzò il Nuovo, come il Fiorentini, a rappresentare un suo repertorio di prosa, che doveva prevedere in cartellone non più di quattro commedie all'anno " da eseguirsi ciascuna due volte per settimana."
Giunsero a Napoli anche le prime compagnie straniere: nel 1775 vi fu una formazione francese che fece però pessimi affari nella celebre sala teatrale, mentre un'altra arrivò una decina di anni dopo, quando era impresario Don Felice Di Sangro dei Principi di San Severo.
L'attività del piccolo Teatro andò avanti, ma l'opera buffa perdeva il favore del pubblico e la fantasia degli autori.
Il Nuovo fu distrutto da un incendio la sera del 1861. L'architetto Ulisse Rizzi ne rifece le strutture e il Teatro riprese a vivere, anche se apparve subito chiaro che non avrebbe avuto lo stesso prestigio.
Dopo una ventina d'anni il Nuovo riscoprì la sua gran vena, la sua funzione di sala amata dal pubblico e dai capocomici: ristrutturato in parte e reso chiaro e luminoso dal restauro, divenne uno dei teatri dove era possibile rappresentare con successo il meglio della prosa dialettale.
Nel suo cartellone, in tutti i mesi dell'anno, furono inseriti due spettacoli al giorno, uno alle 18.45 e uno alle 21.45. Quello pomeridiano (detto diurno o familiare) aveva biglietti di costo più contenuto di quello serale. Vi recitarono gli attori della celebre scuola del Sancarlino e il pubblico accorse da ogni parte d'Italia.
Nel 1888, anno memorabile per il teatro napoletano in genere e per il Nuovo in particolare, si trasferirono in città Gennaro Pantalena e i comici della sua compagnia, fino ad allora indiscussi signori della Fenice.
Al Nuovo in quell'anno misero in scena '0 voto di Salvatore Di Giacomo e Goffredo Cognetti, dando vita al Teatro d'Arte e formando il primo tentativo di Compagnia stabile fortemente intenzionata a superare i limiti delle maschere a vantaggio degli approfondimenti psicologici e d'ambiente, ritenuti indispensabili per far nascere e crescere un teatro più moderno.
Così il Nuovo continuò a vivere di alterne fortune, tra successi e insuccessi, facendo però sì che nella sua storia lasciassero il segno rappresentazioni come 'A San Francisco e Mese Mariano di Salvatore Di Giacomo; Addio mia bella Napoli, Signorine, Gente nostra di Ernesto Murolo; '0 Cumitato di Aniello Costagliola; '0 quatto 'e maggio di Diego Petriccione; Uocchie cunzacrate di Roberto Bracco; Masaniello di Aniello Costagliola; Pulicinella, So'diece anne e Malia di Libero Bovio; e quella Mala nova su cui successivamente scherzerà Eduardo De Filippo in Uomo e galantuomo.
Legarono il loro nome alla fortuna del Teatro tantissimi attori di successo come Marietta Del Giudice, Alfredo Crispo, Luigi Galloro e soprattutto Gennaro Pantalena, che a lungo recitò al Nuovo lasciando poi il suo posto a Gennaro Di Napoli, attore capace di passare dalle parti comiche a quelle drammatiche e figlio del più famoso Raffaele della Compagnia del Sancarlino.
In quegli anni guidava il Nuovo l'impresario Don Pasquale Molinari che si assicurò, con abilissima mossa culturale e commerciale, l'esclusiva delle rappresentazioni delle ottanta commedie di Eduardo Scarpetta: scelta felice e acuta, che portò in Teatro un pubblico curioso e nuovo.
Alle commedie di successo si aggiunsero poi, in sapiente alternanza, spettacoli di arte varia che fecero emergere molti giovani astri nascenti del Teatro napoletano.
Fu su questo palcoscenico che crebbe e si rafforzò il nome del giovane Raffaele Viviani, che qui incominciò a misurare la sua straordinaria capacità di affascinare il pubblico con i suoi gesti e con la sua mimica facciale.
Fu su questo palcoscenico che recitarono Agostino Salvietti, Raffaele Di Napoli (figlio di Gennaro e nipote dell'altro, grande Raffaele), Gennaro Della Rossa, Luigi Esposito, Antonio Schioppa.
E fu proprio al Nuovo che dopo la grande crisi, seguita all'entrata in guerra del 1914, morto Molinari e succedutogli come impresario Eugenio Aulicino, debuttarono Maria Dolini, Bianchina De Crescenzo, Titina De Filippo, Mariella Gioia, le sorelle Crispo, Ida Bottone, Anna Pezzullo.
Furono allora rappresentate le riduzioni di Riccora e di Rescigno e Scarpetta, ancora una volta, per mille lire al mese "più un palco di seconda fila a disposizione ... in ogni rappresentazione" rese disponibile il suo repertorio per la gioia del pubblico del Nuovo.
Ancora su questo palcoscenico furono rappresentate con straordinario successo le riviste musicali firmate da Giulio Trevisan (noto con lo pseudonimo Guido Di Napoli) e Rocco Galdieri (che si firmava Rambaldo).
Si affermò in quegli anni il nome di Mariella Gioia, figlia della famosa attrice della Compagnia di Scarpetta Teresina Cappelli: giovane, brava e bella furoreggiò in Babilonia di Rambaldo, messa in scena nel 1912 dalla compagnia di Vincenzo Scarpetta, sotto la direzione di Eduardo Scarpetta.
Si affermò pure il nome di Anna Pezzullo, per anni chiamata ad impersonare " l'Italia " avvolta nella bandiera tricolore, con i capelli sciolti sulle spalle, il bustino dorato, la corona turrita sul capo, la spada e il grande scudo tra le mani.
Numerosissime, dunque, le tappe memorabili del piccolo Teatro dei Quartieri Spagnoli, tra le quali non sfugge quella del settembre del 1929, quando andò in scena, nelle vesti di Caio Silio, un giovane comico di successo: Totò. Per lui quell'anno fu messa in scena Messalina, cui seguirono I tre Moschettieri, Bacco, tabacco e Venere e l'anno successivo Santarellina, '0 balcone 'e Rusinella di Scarpetta e Amore e cinema di Carlo Mauro.
Poi Totò andò via dal Nuovo e da Napoli e il Teatro ebbe nuovi, grandi protagonisti su cui investire.
Nel giugno del 1930 giunsero sul suo palcoscenico i fratelli De Filippo. Eduardo, Peppino e Titina, accompagnati dalla fantasia di Agostino Salvietti, furono gli applauditissimi interpreti di Pulcinella principe in sogno, rivista in cui spiccava il bellissimo atto unico: Sik-Sik l'artefice magico riproposto da Eduardo sempre con straordinario successo fino all'ultima messa in scena del 1979 al Teatro San Ferdinando.
Fu un incontro felice quello tra i De Filippo e il Teatro Nuovo: su quel palcoscenico videro la luce invenzioni rimaste poi solidamente presenti nella memoria del pubblico e nel teatro a venire; il Nuovo fu una preziosa palestra, un laboratorio da cui scaturirono sketch strepitosi per più di un anno.
Poi quando nel dicembre del 1931 Eduardo lasciò il Teatro per il Kursaal prima e poi per il Sannazaro, andò in scena Tu scendi dalle stelle con Raffaele Di Napoli.
Il Nuovo non poteva fare a meno dei suoi ormai tradizionali grandi nomi: fu allora la volta di Vincenzo Scarpetta, di Tecla Scarano, di Lucy D 'Albert, del Balletto di Bella. Fu rappresentato Strade di Michele Galdieri, grande successo confermato dai tre mesi di repliche e di tutto esaurito.
Seguirono sempre in quell'anno e poi nei due successivi Bottega 900 e La signora è servita di Mangini; Il Progresso si diverte; La canzone di ognuno e Trottole di Galdieri.
Il 12 gennaio 1935 andò in scena la rivista: Mille luci.
Nello stesso anno un rogo distrusse il Teatro.
Solo nel 1985 risorgerà il Teatro Nuovo, che, architettonicamente meno bello rispetto all'antica struttura, accoglie gli spettacoli di ricerca e di avanguardia teatrale.
Dal 1985, grazie all'entusiasmo di Angelo Montella e Igina Di Napoli che allora rilevarono la piccola sala di Montecalvario, il Nuovo vede crescere intorno a sé l'entusiasmo e il consenso di un pubblico giovane, di autori nuovi, di attori e registi legati da una grande passione e dal sogno di poter rinnovare ancora una volta il linguaggio teatrale napoletano.
Nel 1986, Toni Servillo con E, montaggio in forma di spettacolo di alcune poesie di Eduardo, ha sperimentato con anticipo sulle contemporanee tendenze del teatro di ricerca la possibilità di affrontare da attore il tessuto poetico della lingua teatrale napoletana.
Il Teatro Nuovo è riconosciuto oggi come uno dei luoghi storici del teatro di sperimentazione in Italia. Infatti, sono numerosi gli autori, i registi, le compagnie e gli interpreti che attraverso allestimenti significativi hanno disegnato, nella sala di via Montecalvario, una mappa esaustiva del teatro di ricerca e di sperimentazione italiano ed internazionale.
Tra i più illustri rappresentanti di questo teatro "non ufficiale", che hanno portato qui i loro spettacoli, si ricordano: Mario Martone, Libera Scena Ensemble, i Magazzini, il Cabaret Voltaire, Toni Servillo, Francesco Silvestri, Franca Valeri, Manlio Santanelli, Peppe e Concetta Barra, Antonio Neiwiller, Piera degli Esposti, Carlo Cecchi, Fiat Teatro Settimo, la Socìetas Raffaello Sanzio, Teatri Uniti, Tonino Taiuti, Renato Carpentieri, il Beat 72, Peppe Delbono, Licia Maglietta, Laura Curino, Fortunato Calvino, Arturo Cirillo e tanti altri.
Ha legato il suo nome al Teatro Nuovo, la cooperativa "Il Carro" fondata e diretta dal grande ed indimenticabile Annibale Ruccello, che qui ha presentato molti dei suoi lavori, come Le cinque rose di Jennifer, L'ereditiera e Week End.
L'immagine del Teatro Nuovo si lega anche al maggiore rappresentante dell'avanguardia teatrale italiana, Leo De Berardinis, che ha svolto un ruolo fondamentale nella storia di questo teatro.
Un altro grande prestigioso protagonista della scena teatrale contemporanea che ha riversato in questo Teatro il suo straordinario universo poetico trasgressivo, misterioso e affascinante è Enzo Moscato.
Il Teatro Nuovo, quindi, con il passare degli anni ha seguito di pari passo le trasformazioni che hanno interessato la drammaturgia italiana ed internazionale.
Cfr.
- AA. VV., 20 ANNI DI TEATRO NUOVO. Memoria ribelle, a cura di Igina di Napoli e Angelo Montella, Napoli, AGN, 2001.
- G. BAFFI, Teatri di Napoli, Napoli, Tascabili Economici Newton, 1997
- F. DE FILIPPIS-M. MANGINI, Il Teatro Nuovo di Napoli, Napoli, Berisio, 1967
- G. DORIA, Le strade di Napoli, Milano-Napoli, Ricciardi, 1941
- C. MORELLI, I Teatri d'Italia, Roma 1780
- V. VIVIANI, Storia del Teatro napoletano, prefazione di Roberto De Simone, Napoli, Guida editori, 1992
Venti di NuovoCi chiediamo talvolta se il teatro sia ancora quel rito collettivo in cui si possano riconoscere i sentimenti, le emozioni, i sogni e i desideri di una comunità, essere cioè sintesi espressiva del suo grado di civiltà. Le metropoli concentrano grandi numeri di persone; le espressioni culturali delle stesse sono invece parcellizzate, distinte e non facilmente riconoscibili. Noi siamo convinti che il teatro può aiutare a riconoscersi, a ritrovarsi, a ricostruire identità culturali, a partecipare e restituire democrazia alla comunità. Nell'esuberante numero di artisti o persone curiose di penetrare il mistero racchiuso nel gioco della rappresentazione del sé o dell'altro da sé pensiamo risieda il segreto e il fascino di relazioni libere eppure necessarie. L'esperienza accumulata in questi anni ci ha insegnato che l'energia vitale intrinseca in questo tipo di relazioni esplode periodicamente in straordinarie sintesi espressive, racchiuse in uno spettacolo o evento che sia, ampliando improvvisamente le fasce di pubblico coinvolto e interessato, così da confermarci che il teatro di cui ci occupiamo esiste nelle intime emozioni e nei sogni della collettività in modo diffuso e trasversale. Il nostro centro si propone proprio come segno di una contestazione come esigenza esplicita di spinta in avanti, il nostro fare va ora fortemente orientandosi, perciò, intorno ai laboratori, che divengono momenti centrali di identificazione di una metodologia di lavoro, da cui scaturiscono spettacoli, eventi, riflessioni e soprattutto formazione e informazione di artisti e pubblico. Per i motivi appena detti ci affidiamo sempre alla ricerca di nuove possibilità espressive, alla necessità che il teatro solleciti e ponga il pubblico in condizioni di domanda e che evidenzi il bisogno della rottura, della segnatura del limite, dell'offerta invisibile … della … rivoluzione dei sentimenti. È trascorso un sacco di tempo, esattamente 20 anni, da quando il nostro fervore giovanile ci pose nella condizione di riaprire il Teatro Nuovo, e da allora non abbiamo mai smesso di confonderlo con i nostri pensieri, i sentimenti e i bisogni con la vita. Era ed è stata come una necessità, come respirare o far battere il cuore, ora è forse tempo di bilanci e di spostamenti, è tempo di immaginare che nuove e vitali energie s’intreccino con questa storia, è bello infatti che molti giovani ci circondino con le loro idee e con il loro fare con la velocità di chi non ha dovuto forzare vecchie abitudini dure a morire, come per noi che non abbiamo la scioltezza necessaria ad usare Internet... Per noi è tuttora una meraviglia colloquiare e collaborare ad esempio ad un progetto europeo con irlandesi e spagnoli, per loro è assolutamente normale essere Europei. Nel contempo pensiamo che conta avvicinarsi anche a quei ragazzi che nel quartiere dove è situato il teatro, vivono la loro normalità ancora nel disagio, e lavorare con loro, giocare con loro al teatro. Questa è l’ultima lezione che abbiamo ricevuto, dare spazio agli artisti sconosciuti, come ai maestri, proporre un teatro rigoroso eppure agile, ma anche lavorare e scambiare conoscenze con quella vivacità così vicina e così lontana.
Igina Di Napoli
Angelo Montella
Una scommessa con la vitaAddosso una tunica bianca, la faccia imbrattata di nero, un sassofono appeso al collo; e fra una nota e l'altra di un improbabile free jazz, l'invocazione, a metà fra il rabbioso e l'ironico, del nome di Jago. E si verificava, così, l'intreccio di tre solitudini diverse: quella di Cristo nell'orto degli ulivi, quella del grande attore del passato Edmund Kean e quella del protagonista dello spettacolo in corso.
Ecco. Se dovessi sintetizzare in una sola immagine i vent'anni del Teatro Nuovo, sceglierei quella che incarnava Leo De Berardinis in uno dei momenti conclusivi di "Getsemani": perché, in tal modo, Leo si confermava come il maggiore rappresentante dell'avanguardia teatrale italiana, e proprio in quanto capace di assumerne su di sé (e di confonderle con le sue) tutta la gloria, la decomposizione e la morte. E chi può dire che, in questi vent'anni, il Nuovo non sia stato capace di un eroismo simile?
Certo, potrei elencare, a caso, i più illustri e rappresentativi nomi degli autori, dei registi, delle compagnie e degli interpreti che hanno disegnato, nella sala di via Montecalvario, la mappa esaustiva del teatro di ricerca e sperimentazione (o alternativo che dir si voglia), e non solo di quello italiano: Yves Lebreton, Bolek Polivka, Libera Scena Ensemble, Mario Martone, Horatio Peralta, Elaine Summer, Alfonso Santagata, Claudio Morganti, Paolo e Lucia Poli, Annibale Ruccello, Thierry Salmon, appunto Leo De Berardinis, Perla Peragallo, i Magazzini, il Cabaret Voltaire, l'Akademia Ruchu, Toni Servillo, Francesco Silvestri, Franca Valeri, Manlio Santanelli, Vittorio Lucariello, Peppe e Concetta Barra, Erio Masina, Antonio Neiwiller, Giorgio Barberio Corsetti, Piera Degli Esposti, il Teatro della Valdoca, Giuliano Vasilicò, Remondi e Caporossi, il Teatro dell'Elfo, Carlo Cecchi, Fiat Teatro Settimo, Raffaella De Vita, la Socìetas Raffaello Sanzio, Teatri Uniti, Tonino Taiuti, Rosa Di Lucia, l'Odin Teatret, Renato Carpentieri, il Beat 72, Pippo Delbono, Enzo Moscato, Marcido Marcidoris e Famosa Mimosa, Licia Maglietta, Tito Piscitelli, Arturo Cirillo...
Ma sarebbe riduttivo, un mero esercizio da ragioniere.
Infatti, il Nuovo non è stato soltanto la casa delle esperienze più avanzate sul versante del teatro "non ufficiale", ma anche e soprattutto una puntuale cartina di tornasole circa lo stato (pure, s'intende, nel senso di stato di salute) della ricerca e della sperimentazione medesime. Perciò ne assimilavo la storia alle autentiche stimmate lasciate sul "corpo" artistico di De Berardinis dal trascorrere del tempo e, nel suo alveo, dall'intrecciarsi inevitabile di vittorie e sconfitte, di balzi veloci e improvvise paralisi.
Anzi, in quell'avamposto della cultura e della coscienza civile aperto nella terra di nessuno dei Quartieri Spagnoli s'indagò persino sul ruolo nuovo che necessariamente dovevano assumersi, di fronte a tante e tanto radicali trasformazioni, coloro i quali, ossia i critici teatrali, istituzionalmente erano chiamati a interpretarle. E, naturalmente, lo si fece in maniera altrettanto "irriverente": con un vero e proprio incontro di boxe che, all'interno di un autentico ring allestito sul palcoscenico del Nuovo, nell'aprile dell'84 vide affrontarsi a colpi di teoretici assiomi e militanti provocazioni Giuseppe Bartolucci (con chi scrive nel ruolo di "secondo") da un lato e Maurizio Grande (assistito da Rino Mele) dall'altro.
Sì, Beppe Bartolucci e Maurizio Grande: due amici (e, di più, due compagni di strada, troppo prematuramente scomparsi) che, anche loro, trovarono casa al Nuovo. E a questo punto, la cronaca e l'analisi debbono per forza lasciare il passo a qualcosa che, ben oltre i meriti da essa acquisiti sul piano strettamente artistico, intrattiene rapporti col cuore segreto dell'attività svolta nella sala di via Montecalvario: qualcosa che, puramente e semplicemente, consiste - ciò che, ormai, avviene sempre più raramente - nel confondersi del teatro con la vita.
Non per trascurabile coincidenza il Nuovo volle legare il proprio nome con quello della cooperativa "Il Carro" fondata e diretta dall'indimenticabile Annibale Ruccello. E, forse, non fu una coincidenza, sia pure atroce, nemmeno il fatto che Igina Di Napoli - l'anima del Nuovo insieme con Angelo Montella - si trovasse in quel maledetto giorno dell'86 sulla stessa automobile che doveva portare alla morte Annibale. Accade, accade che coloro i quali si sono scelti finiscano, poi, per trovarsi affiancati anche nelle occasioni estreme. Accade per troppo amore, vorrei dire.
Così è stato (e, dunque, così, simbolicamente, il proverbiale cerchio si chiude) con uno degli ultimi, e più significativi e commoventi, spettacoli presentati al Nuovo, "Io non mi ricordo niente" di Davide Iodice (non a caso insignito, di recente, del Premio Ubu per la ricerca) e Mauro Maggioni. Gli autori lo annunciavano come "il funerale del teatro"; e, di fatto, nemmeno una parola pronunciavano - durante l'ora e dieci minuti di "rappresentazione" - i sette attori in scena. Ma veniva in mente il Caribaldi di Bernhard, che nel suo povero circo non smette, da ventidue anni, di provare il "Quintetto della trota" di Schubert. È difficile, lui e i suoi compagni non sono mai riusciti ad eseguirlo. Però bisogna continuare a provare. Perché "noi non vogliamo la vita, eppure la si deve vivere". Magari, appunto, intestardendosi a gestire un teatro in nome dell'intelligenza invece che della bassa cucina.
Enrico Fiore
Critico teatrale
Il Nuovo, un teatro d’ombre e presenzeUn teatro ha segni che a volte si perdono nel tempo. Un teatro vive a volte dei ricordi che si fanno presenze. Di lontani sussurri, di parole sconnesse da un vento che soffia irruente nel cuore dello spettatore e vi conficca dentro schegge che fanno dolore a ritrovarle. Un teatro ha il volto di chi vi ha sofferto, di chi vi ha riso, di chi vi ha pianto. E conserva, intatta e nascosta, la memoria delle battute mormorate, delle passioni urlate, dei suoni, dei corpi sudati, strappati al buio da luci improvvise.
Inquietudini e turbamenti. Per questo amo il teatro che sposa l’ombra e il sussurro. Per questo mi è caro, ancor più della sala “di sopra”, lo spazio nero della Sala Assoli dove sono nati o passati alcuni degli spettacoli più belli visti nella mia già lunga vita di spettatore. Dovessi dare un volto al teatro Nuovo sarebbe quello di Antonio Neiwiller. In questi spazi ha consegnato al mio lavoro momenti magnifici del suo silenzioso e lacerante lavoro d’attore, di autore, di regista. Conservo con emozione il ricordo del buio attraversato dai suoni del suo Titanic the end, gli sguardi smarriti, le teste rasate degli attori. Infagottati in cappottoni neri che negavano le loro forme e proiettavano ombre inquiete nella desolazione dello spazio buio. Sopra, sul palcoscenico “legittimo” altri riti si sono consumati, altri giovani attori hanno speso il loro timido sorriso piegando la testa agli applausi del pubblico, altri, illustri e sapienti, hanno portato qui le certezze dei loro spettacoli. In una comunione che magari neanche conoscevano o potevano immaginare con fantasmi lontani ed antichi, nobili e generosi. Gli dei del teatro passano da secoli per questo crocevia malandato e affascinante dei Quartieri Spagnoli. Dalle fiamme che negli anni lo hanno devastato ma non cancellato si sono levati sospiri di cui possiamo ancora percepire il fremito. Basta tendere l’orecchio e guardare negli occhi gli attori che attraversano la scena. Dovessi dare un volto al Teatro Nuovo gli darei quello dolce di Antonio Neiwiller. Il suo sguardo ironico, il suo sorriso gentile. L’invenzione sicura del poeta, il sussulto del viandante offeso dal rumore delle parole inutili di chi non comprendeva le architetture del suo teatro misterioso, delle sue puntigliose alchimie. Superbo e imbronciato, Neiwiller è uno dei silenziosi numi di questo teatro.
Ne ho ritrovato il segno nel lavoro d’altri attori. A volte orgogliosi, a volte neppure coscienti di esserne eredi.
E per questo li ho seguiti e li seguo. Trepidante e felice.
Dal buio di questo spazio ascolto i sussurri che si affollano alla memoria. Ed allora è Antonio che m’indica compagni vecchi e nuovi di cui andare orgoglioso.
Li riconosco e ne riconosco le voci. Un grande spettacolo fatto di innumerevoli piccoli pezzi di teatro si allarga davanti ai miei occhi. Quanti volti, e quanti attori hanno fatto di questo spazio la loro casa e la loro scuola. Dove apprendere l’arte antica e dove passare il testimone ad altri che attoniti li guardavano ammirati.
Evocazione della memoria e carne del nostro teatro, ritrovo Annibale Ruccello, i primi esperimenti della sua scrittura ironica e drammatica, e l’indimenticabile Jennifer seducente, in coppia col gesto incattivito di Francesco Silvestri. I suoi sogni ed i suoi progetti coincidevano con la vita stessa del Nuovo.
La dolce voce inquietante di Enzo Moscato inizia la litania dei ricordi, rimescolando incessante la materia del suo universo poetico trasgressivo, misterioso e affascinante. Apparizioni: ecco il volto affilato di Laura Curino giocare con la memoria e coi frammenti della scrittura di Ghoethe. Una turba di donne vestite di bianco. Fantasia memorabile e intensa. Eccola minuta vestale, seminare emozioni di teatro, intenta a ferire giovani attori. In un laboratorio appassionato muovono i primi passi per misurarsi con il gran sogno dei bambini Crociati. C’era tra loro Raffaele Di Florio, sogni d’adolescente, occhi neri e sorriso da lupo. L’ho ritrovato per altri percorsi con immutato e candido stupore. Compagno di Arturo Cirillo in solitari percorsi. Con Antonello Cossia, abituato al rigore d’attore, capelli rossi, gesto seducente, partecipe a sua volta di altre costruzioni con altri registi che in questo spazio hanno trovato il loro territorio poetico. Ecco Andrea Renzi giovane e generoso. Bello, corpo nervoso e sguardo intenso, affronta il verso di Ritsos, eccolo con il sorriso spudorato e sicuro impadronirsi della battuta provocante di Handke nel gioco seducente cui Licia Maglietta offre la sua bellezza dal segno dolcissimo. In scena con Toni Servillo ed Anna Bonaiuto, vittime delle schermaglie d’amore sussurrate dalla fantasia di Marivaux. E Marco Baliani, volto lungo e sguardo di brace, per ritrovare col suo manipolo disperato, le strade della grande tragedia riscritta in questo spazio dall’inventiva di Mario Martone che a questo teatro, dopo il successo del suo mitico Tango glaciale, lega i suoi spettacoli ed un po’ del suo cinema. Sorprendente scoperta, ecco beffardi e un po’ folli i Virtuosi di San Martino, capaci come pochi di coniugare musica e parole con cui trasgredire una tradizione che sembrava fissata in un tempo impossibile. Volti, voci, gesti emozioni che si mescolano nel grande circo del teatro Nuovo: Renato Carpentieri, Lello Serao, Carlo Cecchi a cancellare regole immobili da tempo, Leo De Berardinis, affilato dalla conoscenza dolorosa e dal rigore di una ricerca incessante. Ironico, malinconico e malato sorride Pippo Delbono con la sua banda sconnessa di armonie inconsuete, improvvisate sui corpi e sugli sguardi poveri e orgogliosi del disagio. Giorgio Barberio Corsetti, padrone di una sorprendente poesia visionaria, Alfonso Santagata e Claudio Morganti con le loro inconsuete costruzioni di parole, Marco Paolini che regalò ad uno sparuto manipolo di spettatori la sua magnifica e tragica epopea, scoprendo nuovi territori per un teatro capace di raccontare la nostra storia. Ritrovo Antonio Latella che emerge bianco e nudo dal buio della scena vuota, impadronendosi di poche parole dolorose. Ritrovo Tonino Taiuti che s’impenna e s’infiamma incarognito e sfottente, e sorridendo cattivo inventa suoni nuovi per le parole del suo impertinente teatro. Ritrovo il dolce, indisponente disordine dei personaggi di Sergio Longobardi, e la grazia felina di Alessandra Borgia intenta a inventare i gesti con cui dare corpo alla scrittura di Franco Autiero, o quella impudente di Iaia Forte, occhi chiari e sorriso che ferisce per il suo delirio joyciano. Ritrovo lo sguardo intenso di Peppino Mazzotta e so che lo incontrerò nuovamente nei territori del teatro delle grandi emozioni. Eppure il volto del teatro Nuovo rimane per me quello di Antonio Neiwiller, con la sua gran testa nera e un sorriso che sa d’ironia tragica e consapevole, partecipe del teatro che dopo di lui sarebbe venuto a occupare uno spazio che non si cancella.
Giulio Baffi
Critico teatrale
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