Stagione

17 - 18 novembre 2010 21 novembre 2010 17 - 19 dicembre 2010 8 - 10 marzo 2011
Nuovo Teatro Nuovo,
Fondazione Campania dei Festival/Napoli.Teatro Festival Italia
BRAND
da Henrik Ibsen
adattamento Federico Bellini
con Caterina Carpio, Daniele Fior, Giovanni Franzoni, Massimiliano Loizzi, Candida Nieri, Valentina Vacca
musiche Franco Visioli
scene e costumi Fabio Sonnino
disegno luci Simone De Angelis
realizzazione scene Marco Di Napoli
realizzazione costumi Cinzia Virguti
assistente alla regia Maria Conte
regia Tommaso Tuzzoli

Brand, in celtico, significa spada. Nell’antico dialetto tedesco, Brand indica un incendio, qualcosa che brucia, ma anche il tizzone di legno pronto ad ardere. In italiano si brandisce una scure, un bastone e, appunto, una spada. Già nel titolo del suo dramma Ibsen evoca lo spirito dell’opera; uno scritto che taglia, incendia, divide con la violenza della scelta. Ibsen declina l’aut-aut di Kierkegaard nella formula “tutto o nulla” che informa le azioni del suo protagonista; tornando al grande archetipo dell’Amleto shakespeariano, forse l’altro grande testo ispiratore del Brand, Ibsen circoscrive l’essere aggiungendovi un dettaglio non proprio insignificante: non si può essere parzialmente, non si può abbracciare l’essere con riserva, ma si deve volerlo con la totalità della propria anima. Tutto o nulla. Ibsen raccoglie in questa sintesi estrema tutto il percorso del proprio protagonista; il Brand personaggio ha pochi tentennamenti, poche indecisioni; egli è l’eroe che deve portare a termine la propria
missione, ad ogni costo. Ma il prezzo dell’essere, come già per Amleto, è altissimo: essere totalmente significa anche e soprattutto saper rinunciare a molto. Così Brand
non lascia che vittime sul suo cammino: la madre, a cui nega di fatto la Redenzione, la moglie, che egli stesso confina in una terribile condizione e il figlio che muore. I personaggi dell’opera, che il grande drammaturgo immerge in un nord dell’anima austero e sacrale, divengono immediatamente essi stessi funzioni, archetipi. Agnese è l’agnello di Dio, la vittima sacrificale, il Podestà assume in sé i tratti del Potere, il Decano rivendica l’autorità intangibile di quella Chiesa che è già imbastardita dal commercio con gli uomini. Perché, per il fondamentalista Brand, l’essere umano è per sua natura un troppo: troppo debole, troppo fiacco, troppo sfibrato dalla lotta del vivere quotidiano per ambire al sublime della fede. E proprio qui, nel punto in cui Ibsen decide di forzare l’oltranzismo di Brand oltre i confini dell’umano, che si insinua quella che forse è la domanda capitale dell’intera opera: è Brand ad essere ammalato di purezza o è il popolo ad essere contagiato a morte dallo spirito del compromesso? Ibsen sommerge Brand nella valanga dell’infanzia, chiarendo che la sua missione si è spenta nel fallimento; ma è vero che il Potere ha vinto, indirizzando il popolo a non rivoltarsi e non cambiare? Penso che cercare di rispondere a questa domanda non riguardi soltanto la necessità di fare un buon spettacolo ma anche, soprattutto, di riflettere su un’opera che, pure avvolta nella nebbia di una terra lontana e desolata, non smette di metterci di fronte alla nostra responsabilità individuale e politica, a quello svilito essere che oggi è spesso, appunto, di troppo.
Federico Bellini


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