Stagione

12 dicembre 2010 14 gennaio 2011 6 maggio 2011
Nuovo Teatro Nuovo,
Fondazione Campania dei Festival/Napoli.Teatro Festival Italia
PROMETEO
(Liberamentre ispirato a “Prometeo Incatenato” di Eschilo)
di Federico Bellini
con Massimiliano Loizzi
assistente alla regia Maria Conte
regia Pierpaolo Sepe

Prometeo, secondo il mito, è colui che ha rubato il fuoco agli dei per donarlo agli uomini. Per questa colpa Zeus, attraverso i suoi emissari Potere e Forza, lo incatena ad una roccia ai confini della Terra. La sua colpa è quindi la rivolta, la ribellione; forse per questo molti commentatori scorgono in Prometeo la figura che in qualche modo
anticipa, prefigura, la condizione umana, quell’antitesi per cui ci troviamo ad essere, per natura, assoggettati a qualcosa che ci trascende, ci supera. Prometeo
è quindi, sotto un certo punto di vista, il vero paladino degli uomini; non soltanto ruba per loro, ma addirittura ne condivide l’essenza, la situazione esistenziale.
Eppure, affrontando questo grande mito, non sono riuscito a liberarmi dall’idea, in fondo piuttosto pessimista, che Prometeo non sia che la vittima di un doppio tradimento, perpetrato da entrambi, per così dire, gli schieramenti: gli dei da un lato e gli uomini dall’altro. Prometeo si schiera con Zeus per sconfiggere i suoi stessi fratelli, i titani, ma sarà appunto Zeus a incatenarlo alla roccia. D’altra parte gli uomini, a cui Prometeo non solo ha portato il fuoco, ma anche quell’insieme di arti che
potremmo definire tecnica, hanno fatto davvero buon uso di questo enorme dono? Partendo da questa riflessione, ho cercato di raccontare la storia di un vinto, uno sconfitto dall’esistenza che, incatenato a una panchina di una squallida città del Nord Italia, vive ogni giorno il suo deformato rapporto col mondo. Non è un dio, ma un uomo che con lucida follia riscrive continuamente la sua relazione con le cose, gli oggetti, le altre persone che ogni giorno incontra. Tutto è immaginato, la realtà diventa finzione e viceversa. La sua grande rivolta è semplicemente sostare in quella panchina, fermo, senza aspettare che un salvatore possa liberarlo da quella condizione.
Un uomo che, come unico vero interlocutore, può avere soltanto quel dio con cui è, appunto, in naturale antitesi, il dio traditore e sconosciuto che permette il sopruso, la disuguaglianza, l’ingiustizia; tutte deviazioni dall’umano che trovano proprio negli uomini, gli altri grandi traditori, degli appassionati sostenitori.
Federico Bellini


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